Frugando nei cassetti ho trovato questo scintillante con acclusa la copia di una lettera che vi invito a leggere
Gentile dottore,
non so se si ricorda di me, ma lo spero, perché vorrei ringraziarla
dell’ottimo consiglio che lei mi ha dato in occasione di una visita
chirurgica per cisti multiple al cuoio capelluto nel poliambulatorio
dell’Ospedale Civile che lei onora con la sua infaticabile opera e che
la vedeva di turno il 9-10-2002.
Lei, dirigente di I livello, non ha
avuto bisogno di visitarmi, tanto era evidente la “cosa” che spuntava
come un pomodoro maturo tra i capelli, giudicando la stessa, modesta e
non degna di attenzioni ulteriori, con un esame che non presuppose
l’alzarsi dalla scrivania e avvicinarsi a me che le ero seduta di
fronte.
Lei, impegnato in operazioni di alto livello, davanti alle
quali mi sono sentita una pulce, se l’è anche presa con il mio medico di
base che non aveva voluto saperne di indirizzarmi al chirurgo estetico,
emettendo giudizi che taccio sugli uni e sull’altro.
Ma tant’è che
la “cosa”, quella che si vedeva ad occhio nudo, mi faceva un male boia,
perché si era ingrandita e infiammata nel giro di pochi giorni, per cui
ho insistito a chiederle un consiglio per dove rivolgermi, con lo scopo
di esonerarla, una volta per tutte, dalla fatica di dover provvedere non
solo ai grandi ma anche ai piccoli mali.
Non nascondo che subito me
la sono presa per quell’aria paternalistica di sufficienza, con cui mi
invitava a cercarmi da sola la strada, visto che lei era oberato di
lavoro e non aveva tempo per problemi di così poco conto da non essere
degni neanche di una sbirciatina un po’ più da vicino; tant’è che le
cisti fossero più d’una non mi venne subito in mente.
Che lei fosse
più illuminato di me non lo capii subito, quando, alla mia richiesta,
rispose che ognuno trova la strada, ricco o povero, in America, in
Inghilterra o semplicemente in Italia, ma sempre lontano da qui, perché
chi non ha un parente, un conoscente, un amico che ti raccomandi al
professore, al dottore o alla segretaria di qualcuno che ne capisca di
più di quanto sappiano fare i laureati di casa nostra?
Si deve
smettere di pensare, aggiungeva con foga, alla fine di un discorso dei
più sentiti e convincenti, usciti dalla bocca di un medico del Servizio
Sanitario Nazionale, che le malattie si curano e guariscono qui a ....
Ma ad ascoltarla c’era una che ci aveva messo una vita a sperimentare
che era vero il contrario, vedendo, ogni volta che aveva agito in tal
senso, naufragare i suoi sogni, le sue speranze di fronte o ai massimi
cervelli della medicina, indicati e raccomandati da parenti amici e
conoscenti.
Perciò mi trovavo nel suo studio, a presentare a lei,
pur dirigente di I livello, ma sempre di un ospedale di provincia, la
mia modesta impegnativa.
Da tempo avevo smesso di cercare lontano ciò che avevo trovato vicino.
La strada, quella giusta che non passasse attraverso l’arroganza o il
sotterfugio, una strada di giustizia e verità, in cui non si lede il
diritto degli altri, né si abdica al proprio di curarsi nel migliore dei
modi, l’avevo trovata nella fede in Chi non ha bisogno di scorciatoie
per aiutarti a guarire.
Ne avevo già tolte dodici di cisti, ma era
una bazzecola, in confronto a tutto il resto, bevendo ogni volta il
calice amaro di un pubblico che non soddisfa e di un privato che ti
scotenna la testa nonché il portafoglio.
Ci avevo anche scritto un
libro, sulla conclusione di quell’assurdo Gioco dell’Oca, che mi
riportava sempre al punto di partenza, dopo l’ennesimo consulto con il
”mi dica” di turno.
E dire che l’avevo cominciato a scrivere per
denunciare la mala sanità e per vendicarmi, una volta per tutte,
dell’arroganza e ignoranza dei medici incontrati sulla strada
delle”conoscenze”.
Ma a chi sarebbe giovato?
A demolire ci
avevano pensato e continuano a farlo i tanti detentori della verità: i
depositari di una scienza sempre più settoriale e senz’anima.
Che non fosse giunto il momento di andare controcorrente?
Con lo stesso spirito, avendo scartato l’ipotesi di fare ricorso al
Tribunale del malato, dove subito avrei voluto recarmi, per lamentare il
suo comportamento scorretto nelle parole e nei fatti, mi rivolgo a lei
personalmente, senza vergogna di professare una fede di cui lei si è
fatto beffe, consigliandomi di passare a S: Giovanni Rotondo dove aveva
sentito che c’era uno che fa i miracoli.
In attesa del 27
novembre, dove alle 12,30, nel poliambulatorio dell’Ospedale dove lei
opera, qualcuno si sarebbe preso la briga di guardare un po’ più da
vicino le cisti modeste e me le avrebbe asportate, avrei avuto tutto il
tempo per farmi il “ viaggetto” indicato e vedere se scomparivano.
Con queste parole, se si ricorda, mi congedò, irritato dal fatto che
avevo osato risponderle che non avevo bisogno di andare a S.Giovanni
Rotondo per chiedere il miracolo, perché il Padreterno potevo pregarlo
anche stando ferma e seduta sul mio buffo sgabello, nella mia città.
Aggiunsi che arrabbiarsi non serve e che quel buffo bastone, da cui
usciva una sedia, l’avevo comprato per aspettare l’ascensore
dell’ospedale, invece di prendermela perché non arriva, nonostante
avessi mille e uno ragioni per lamentarmi, visto l’handicap da cui sono
colpita.
Le ricordo questi particolari perché, con più
consapevolezza, possa gloriarsi dell’ennesimo successo mietuto
nell’esercizio della sua professione.
Ho seguito il suo consiglio, ma non mi sono allontanata da casa.
Oggi, 25 novembre, in una struttura pubblica, in un reparto in tutto
simile al suo, pagando un semplice tiket, ho tolto le quattro cisti che
avevo in testa, con una tecnica nuova che non prevede né punti, né
taglio di capelli, con l’uso di un piccolo laser, una siringa per
aspirare e una pinzetta per sfilare la capsula che le conteneva.
Non ho fatto ricorso a magie.Ho solo sperato di trovare qualcuno che me le togliesse al più presto, perché mi facevano male.
Ho desiderato di avere i capelli in ordine il 15 dicembre perché si sposa mio nipote.
Davanti
alla chiesa, dove ero andata a pregare, ho incontrato chi, nel giro di
quattro giorni, mi ha risolto problema, non facendomi fare più strada di
quanta ne abbia fatta per giungere a lei.
Grazie dottore, perché, quando mi ha dato il consiglio, ho pensato che avesse torto, ma ho dovuto ricredermi.
Colui,
che si ostina a negare, le ha suggerito il modo migliore per trovare la
strada, ma ha taciuto il luogo dove sarebbe avvenuto il miracolo.Non
poteva permettere che si prendesse tutto il merito.
Le accludo il libro a cui ho fatto cenno.Non presumo che lei lo legga, ma lo spero.
Qualora lo faccia, si accorgerà che chi le scrive non vende fandonie, ma ci ha messo una vita a trovare la STRADA.
Augurandole buon lavoro e la pace che viene dallo spirito, la saluto cordialmente.
P.S.
Accludo fotocopia del foglio da lei rilasciato al termine della visita
del 9- 10- 2002, dove invano il suo sostituto ha cercato la diagnosi.
25 novembre 2002