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mercoledì 1 maggio 2013

Fede




Quando, 13 anni fa, cominciai a frequentare il gruppo di preghiera, conobbi una donna di grande fede, molto povera, ma piena di Spirito Santo.

A quei tempi suo figlio era disoccupato e lei passava il tempo a pregare il Signore perchè il figlio trovasse un lavoro.

Un giorno mi disse: Mi trovi un lavoro per mio figlio?"

Le risposi:"Cosa sa fare?"

"Niente!"

"Cosa gli piace fare?"

"Niente!"

"Come puoi trovare quello che cerchi, se le cose stanno così?"

Risposta

"Allora dove sta il miracolo?"



venerdì 19 aprile 2013

Provvidenza

Quando avevo desiderato di non fare l'orlo ai pantaloni di Annamaria, non sapevo che mi dovevo affettare un dito per evitare una carità così elementare.

Perchè dire di no ad Annamaria, una piccola di Dio, strumento potente della sua salvezza, almeno per quello che mi riguarda( è stata lei nell'ambito della missione parrocchiale del 2000 a portarmi a casa il primo annuncio ), è peccato mortale, anzi mortalissimo, se così si può dire.

Ma io odio fare le pieghe ai pantaloni, un odio viscerale, atavico.

Per il resto faccio tutto, specialmente le cose difficili, con l'ago, il filo e la macchina da cucire.

Ho continuato anche se l'occhio e le mani e le braccia mi hanno costretto a brusche e ripetute frenate.

E quando io funziono( si fa per dire), si ammutina la macchina.

Il problema nel farle il piacere era che i suoi orari ( mattina e sera va al centro di igiene mentale), non coincidono con i miei, a meno di invitarla a pranzo.

Ma anche questa non era per me una prospettiva piacevole, visto come negli ultimi tempi i pranzi vanno a finire.

Quando ho telefonato ad Annamaria, per dirle che non potevo, mi ha risposto che Dio aveva già provveduto, perchè i pantaloni glieli aveva accorciati Luciana.

domenica 22 aprile 2012

Il buon consiglio



Frugando nei cassetti ho trovato questo scintillante con acclusa la copia di una lettera che vi invito a leggere


Gentile dottore,
non so se si ricorda di me, ma lo spero, perché vorrei ringraziarla dell’ottimo consiglio che lei mi ha dato in occasione di una visita chirurgica per cisti multiple al cuoio capelluto nel poliambulatorio dell’Ospedale Civile che lei onora con la sua infaticabile opera e che la vedeva di turno il 9-10-2002.
Lei, dirigente di I livello, non ha avuto bisogno di visitarmi, tanto era evidente la “cosa” che spuntava come un pomodoro maturo tra i capelli, giudicando la stessa, modesta e non degna di attenzioni ulteriori, con un esame che non presuppose l’alzarsi dalla scrivania e avvicinarsi a me che le ero seduta di fronte.
Lei, impegnato in operazioni di alto livello, davanti alle quali mi sono sentita una pulce, se l’è anche presa con il mio medico di base che non aveva voluto saperne di indirizzarmi al chirurgo estetico, emettendo giudizi che taccio sugli uni e sull’altro.
Ma tant’è che la “cosa”, quella che si vedeva ad occhio nudo, mi faceva un male boia, perché si era ingrandita e infiammata nel giro di pochi giorni, per cui ho insistito a chiederle un consiglio per dove rivolgermi, con lo scopo di esonerarla, una volta per tutte, dalla fatica di dover provvedere non solo ai grandi ma anche ai piccoli mali.
Non nascondo che subito me la sono presa per quell’aria paternalistica di sufficienza, con cui mi invitava a cercarmi da sola la strada, visto che lei era oberato di lavoro e non aveva tempo per problemi di così poco conto da non essere degni neanche di una sbirciatina un po’ più da vicino; tant’è che le cisti fossero più d’una non mi venne subito in mente.
Che lei fosse più illuminato di me non lo capii subito, quando, alla mia richiesta, rispose che ognuno trova la strada, ricco o povero, in America, in Inghilterra o semplicemente in Italia, ma sempre lontano da qui, perché chi non ha un parente, un conoscente, un amico che ti raccomandi al professore, al dottore o alla segretaria di qualcuno che ne capisca di più di quanto sappiano fare i laureati di casa nostra?
Si deve smettere di pensare, aggiungeva con foga, alla fine di un discorso dei più sentiti e convincenti, usciti dalla bocca di un medico del Servizio Sanitario Nazionale, che le malattie si curano e guariscono qui a ....
Ma ad ascoltarla c’era una che ci aveva messo una vita a sperimentare che era vero il contrario, vedendo, ogni volta che aveva agito in tal senso, naufragare i suoi sogni, le sue speranze di fronte o ai massimi cervelli della medicina, indicati e raccomandati da parenti amici e conoscenti.
Perciò mi trovavo nel suo studio, a presentare a lei, pur dirigente di I livello, ma sempre di un ospedale di provincia, la mia modesta impegnativa.
Da tempo avevo smesso di cercare lontano ciò che avevo trovato vicino.
La strada, quella giusta che non passasse attraverso l’arroganza o il sotterfugio, una strada di giustizia e verità, in cui non si lede il diritto degli altri, né si abdica al proprio di curarsi nel migliore dei modi, l’avevo trovata nella fede in Chi non ha bisogno di scorciatoie per aiutarti a guarire.
Ne avevo già tolte dodici di cisti, ma era una bazzecola, in confronto a tutto il resto, bevendo ogni volta il calice amaro di un pubblico che non soddisfa e di un privato che ti scotenna la testa nonché il portafoglio.
Ci avevo anche scritto un libro, sulla conclusione di quell’assurdo Gioco dell’Oca, che mi riportava sempre al punto di partenza, dopo l’ennesimo consulto con il ”mi dica” di turno.
E dire che l’avevo cominciato a scrivere per denunciare la mala sanità e per vendicarmi, una volta per tutte, dell’arroganza e ignoranza dei medici incontrati sulla strada delle”conoscenze”.
Ma a chi sarebbe giovato?
A demolire ci avevano pensato e continuano a farlo i tanti detentori della verità: i depositari di una scienza sempre più settoriale e senz’anima.
Che non fosse giunto il momento di andare controcorrente?
Con lo stesso spirito, avendo scartato l’ipotesi di fare ricorso al Tribunale del malato, dove subito avrei voluto recarmi, per lamentare il suo comportamento scorretto nelle parole e nei fatti, mi rivolgo a lei personalmente, senza vergogna di professare una fede di cui lei si è fatto beffe, consigliandomi di passare a S: Giovanni Rotondo dove aveva sentito che c’era uno che fa i miracoli.

In attesa del 27 novembre, dove alle 12,30, nel poliambulatorio dell’Ospedale dove lei opera, qualcuno si sarebbe preso la briga di guardare un po’ più da vicino le cisti modeste e me le avrebbe asportate, avrei avuto tutto il tempo per farmi il “ viaggetto” indicato e vedere se scomparivano.

Con queste parole, se si ricorda, mi congedò, irritato dal fatto che avevo osato risponderle che non avevo bisogno di andare a S.Giovanni Rotondo per chiedere il miracolo, perché il Padreterno potevo pregarlo anche stando ferma e seduta sul mio buffo sgabello, nella mia città.
Aggiunsi che arrabbiarsi non serve e che quel buffo bastone, da cui usciva una sedia, l’avevo comprato per aspettare l’ascensore dell’ospedale, invece di prendermela perché non arriva, nonostante avessi mille e uno ragioni per lamentarmi, visto l’handicap da cui sono colpita.
Le ricordo questi particolari perché, con più consapevolezza, possa gloriarsi dell’ennesimo successo mietuto nell’esercizio della sua professione.
Ho seguito il suo consiglio, ma non mi sono allontanata da casa.

Oggi, 25 novembre, in una struttura pubblica, in un reparto in tutto simile al suo, pagando un semplice tiket, ho tolto le quattro cisti che avevo in testa, con una tecnica nuova che non prevede né punti, né taglio di capelli, con l’uso di un piccolo laser, una siringa per aspirare e una pinzetta per sfilare la capsula che le conteneva.

Non ho fatto ricorso a magie.Ho solo sperato di trovare qualcuno che me le togliesse al più presto, perché mi facevano male.
Ho desiderato di avere i capelli in ordine il 15 dicembre perché si sposa mio nipote.


Davanti alla chiesa, dove ero andata a pregare, ho incontrato chi, nel giro di quattro giorni, mi ha risolto problema, non facendomi fare più strada di quanta ne abbia fatta per giungere a lei.


Grazie dottore, perché, quando mi ha dato il consiglio, ho pensato che avesse torto, ma ho dovuto ricredermi.


Colui, che si ostina a negare, le ha suggerito il modo migliore per trovare la strada, ma ha taciuto il luogo dove sarebbe avvenuto il miracolo.Non poteva permettere che si prendesse tutto il merito.

Le accludo il libro a cui ho fatto cenno.Non presumo che lei lo legga, ma lo spero.
Qualora lo faccia, si accorgerà che chi le scrive non vende fandonie, ma ci ha messo una vita a trovare la STRADA.

Augurandole buon lavoro e la pace che viene dallo spirito, la saluto cordialmente.
P.S. Accludo fotocopia del foglio da lei rilasciato al termine della visita del 9- 10- 2002, dove invano il suo sostituto ha cercato la diagnosi.




25 novembre 2002

martedì 23 febbraio 2010

Bisogni




Matteo 6,7-15 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli
sia santificato il tuo nome;
venga il tuo regno;
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe”.
...................................................................................................................................................
“Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno “.
Queste sono le parole che mi hanno colpito leggendo il Vangelo di oggi, questa notte, quando il dolore, come sempre, mi ha dato la sveglia.
Ho pensato a Dio Padre, al Papà di tutti i papà, come lo chiama Giovanni, ho pensato alle pietre che spesso sento come risposta alla mia preghiera.
Che salendo in cielo, Gesù si sia dimenticato di cosa serve concretamente all'uomo per vivere?
Che la vita del cielo, lo abbia reso meno sensibile alle nostre necessità?
La compassione è virtù divina e Dio ci ha mandato suo figlio per renderla visibile e operante.
Questa notte il dolore non mi ha permesso di pregare il Padre nostro, di rivolgermi a Lui come l'unico che conosceva fino in fondo i miei bisogni.
Era necessario dirgli che mi sarebbe piaciuto sperimentare la normalità di un sonno ristoratore senza che qualcuno o qualcosa provvedesse a svegliarmi anzitempo?
Quando ero piccola mamma mi svegliava alle 5 per farmi le trecce, prima di andare a lavorare.
Tagliate le trecce, la domenica mi svegliava per riordinare la nostra piccola casa , perchè eravamo in tanti e dormivamo anche in sala.
Poi mi sono sposata.
La casa era grande, ma a svegliarmi, per tredici mesi, è stato mio figlio che  non trovava pace né di giorno, né di notte.
Non appena lui ha smesso di piangere mi sono ammalata e il sonno è diventato pura utopia
Sono qui che penso a quando potrò riposare.